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« Colui
che non arriva alla perfezione, arriva forse al di là di essa – o deve
ricominciare un’altra volta una carriera terrestre ».
In questa prospettiva di
compimento della « carriera terrestre », - la perfezione -, la breve vita
di Novalis appare come un esempio di quel « cammino misterioso che va
verso l’interiore», secondo la sua espressione, che l’uomo spirituale
prende per liberarsi della sua condizione terrestre e raggiungere la sua
« patria », come dice Jacob Boehme : « Il paradiso : è là dove voglio
propormi di andare, attraverso pruni e spine, attraverso tutti i tipi di
sdegno e di disprezzo che mi possono assalire, finché non ritrovi la mia
patria, da dove la mia anima è emigrata, e dove abita la mia cara vergine
SOPHIA».
Novalis nacque il 2
maggio 1772 nel castello di famiglia di Oberwiederstedt, e morì il 25
marzo 1801, all’età di 29 anni, a Weissenfels : « È certo, riporta
Friedrich Schlegel, che non ha avuto alcun presentimento della sua
morte, ed è veramente a malapena credibile che sia morto in una maniera
così dolce e così bella.. Per tutto il tempo che l’ho visto è stato di una
serenità che supera ogni descrizione ».
Tra queste due date si trovano due avvenimenti che orienteranno tutta la
sua esistenza verso l’Amore e l’abbandonarsi : la morte della sua
fidanzata, Sophie von Kühn, all’età di15 anni, il 19 marzo 1797, et quella
« illuminazione» del 13 maggio 1797 che deciderà il suo destino : « La
sera, sono andato a trovare
Sophie. Là entrai in una gioia,
in una felicità inesprimibili – dei momenti di entusiasmo folgorante – la
tomba, davanti a me, l’ho soffiata via come polvere – i secoli erano come
istanti ; - la sua presenza reale : credevo di vederla avanzare verso di
me da un momento all’altro ».
Ora, quella che
d’ora in poi si avanzerà davanti a Novalis, durante i pochi anni che gli
restano da vivere, si chiama Sophia.
Per quei pochi che
hanno ricevuto la stessa iniziazione all’Amore e all’abbandonarsi,
è lui – Novalis – che s’avanza davanti a loro. Sono i veri
discepoli di quel maestro spirituale la cui pienezza di esistenza ha
permesso che diventasse a sua volta il loro maestro, invisibile
certo, ma è lui che gli ha trasmesso l’iniziazione e l’influenza
spirituale dei fedeli d’amore. Si avanza quindi davanti ai suoi
discepoli e gli indica la loro« patria », il loro paese natale da cui sono
esiliate le loro anime, quell’Oriente della loro anima. Così
Sophie, «l’Amatissima», che precede il poeta romantico tedesco nel Cielo
della Notte, è la luce di quel mondo dell’anima che è il paradiso
terrestre, e lui, per i suoi discepoli, ne è allo stesso modo la luce. È
l’amatissimo della loro anima, oppure una giovane donna che gli
assomiglia ne è l’amatissima. Questo è il mistero di fede e d’amore
dei suoi discepoli. Per i suoi discepoli donne, è veramente l’amatissimo
della loro anima, come Sophie fu per lui « l’Amatissima », e, in verità,
hanno già oltrepassato la soglia che la morte di Sophie aveva fatto
oltrepassare a Novalis. Quanto ai suoi discepoli uomini, si tratta del
mistero di questa giovane donna che gli assomiglia, a immagine della loro
anima. È lei « l’Amatissima », ma lui è il loro maestro invisibile, in
virtù di questa rassomiglianza.
Eccolo quindi avanzarsi davanti ai suoi discepoli, dal
Mondo dell’Anima, come Sophie è avanzata davanti a lui. Ma non avanza da
solo :
« Chi ho visto ? E chi ho potuto vedere, /
Che gli dava la mano ? Non domandatelo. /
Non vedrò ormai più che loro… ».
Il Cristo accompagna Sophie e lei non è più soltanto
« l’Amatissima » mentre si avanza davanti a lui, ma colei di cui è
l’immagine, allo stesso modo che « l’Amatissima» era l’immagine spirituale
di Sophie, la giovane fidanzata del poeta, a lui prematuramente rapita.
Questa Sophie che il Cristo accompagna per avanzarsi davanti a Novalis, è
Sophia, la « nobile Vergine », secondo quanto dice Jacob Boehme :
« Qui tu hai come assistente la cara e nobilissima vergine dell’amore
divino o SOPHIA. Lei ti conduce per la porta della nobile sposa, che è nel
centro, nel limite di separazione tra il regno dei cieli e l’inferno ».
Anche per i suoi discepoli, Novalis è accompagnato dal Cristo, il divino
Maestro, e non è dal Cielo della Notte che discendono l’uno e l’altro
verso di loro ma dalle sue estremità orientali, dall’Oriente
dell’Anima. Per i suoi discepoli, Novalis è Sophia, è lui
stesso la « nobile vergine » o anche la giovane donna che assomiglia
all’anima, che assomiglia a lui, Novalis, che è Sophia. È così che
il Maestro interiore dei discepoli di Novalis è il Cristo, e che la
« vergine dell’amore divino », per loro, è Lui, Novalis, o la
giovane donna che gli assomiglia, in quanto Sophia.
Ciò
che colpisce lo spirito dell’anima, è la presenza di Sophia,
dell’amore divino che ha preso dimora nel segreto del cuore, intanto che
l’anima prova in sé la presenza dell’Amato – o della giovane donna che
assomiglia all’Amato : Novalis. Questo è il mistero che circonda
l’esistenza dei discepoli del poeta romantico tedesco, la cui esperienza
interiore si conforma alla sua esperienza di fede e di amore: quando
l’amore della giovane Sophie, e in seguito la sua morte lo hanno iniziato
all’amore divino, e quando, innalzandosi di Oriente in Oriente, vide
avanzarsi « l’Amatissima », e poi il Cristo con lei, e Sophia, la
« nobile vergine ». È lei questa
Sophie,
che introduce alla fine Novalis nel « Regno del Cielo » ed è attraverso di
lei che la sua vita raggiunge la perfezione: il suo amore in pienezza :
« La vita perfetta è il
cielo »
Novalis e Raffaello
Il poeta romantico
tedesco e il pittore italiano appartengono alla stessa genealogia
spirituale, quella degli artisti visionari che sono stati iniziati ai
Fedeli d’Amore attraverso l’apparizione provvidenziale, nella loro vita,
di un certo volto di bellezza, volto umano, come quello di Sophie, per
Novalis, che egli ha contemplato con gli occhi dell’anima, o immagine
divina, quella della Vergine Maria, per Raffaello, che ne ha ricevuto,
una notte, la rivelazione.
È così che essi
devono la loro iniziazione, l’uno e l’altro, a colui di cui sappiamo che
si chiama il Verdeggiante, al-Khadir o sant’Elia.
Sappiamo anche che
è seguendo questo « maestro dei senza maestro » che essi hanno adempiuto
alla loro vocazione a Dio, lungo il « cammino misterioso che va verso
l’interiore», che hanno portato il miracolo della loro iniziazione alla
sua pienezza, attraverso la loro morte precoce e gioiosa, e che hanno
infine raggiunto, l’uno e l’altro, quell’Oriente dell’anima che è
il termine di ogni iniziazione all’Amore.
Ma il mistero
della loro esistenza non si ferma qui.
Siamo in pochi a
conoscerne il segreto intimo, perché apparteniamo noi stessi alla
genealogia spirituale dei fedeli d’amore. Questo segreto, eccolo :
Novalis e Raffaello sono stati entrambi, a circa trecento anni di
intervallo (1520-1801), la manifestazione terrestre di colui che chiamiamo
il Verdeggiante, e hanno incarnato la presenza di questo Maestro durante
gli ultimi secoli della nostra storia d’Occidente.
Ma anche in
Oriente non ignoriamo che Rûzbehân Baqlî, questo poeta visionario di
Shîrâz, questo « Bambino divino », ha conosciuto la stessa esperienza
spirituale ed è stato anche lui una manifestazione di al-Khadir.
Esiste una genealogia di
discepoli di Fede e Amore che testimoniano, dentro il loro esilio
« occidentale », la loro ricerca dell’Oriente dell’anima. Novalis e
Raffaello vi si iscrivono come tutti i fedeli d’amore.
Così come i santi
di Dio compiono il loro destino nell’ordine della Carità, Novalis e
Raffaello hanno compiuto le loro proprie vocazioni nell’Ordine Fede e
Amore. In questo senso possono essere chiamati fedeli d’amore.
Ma in quanto
furono la manifestazione di Colui che si trova alla Sorgente della Vita,
appaiono, tra i fedeli d’amore, i « Poli » dell’ordine di Fede e
Amore, i veri testimoni dell’Oriente dell’anima, avendo raggiunto il
loro abbandonarsi in questo mondo e nell’altro.
Allora possiamo,
noi, i fedeli d’amore, amare tutto ciò che ci viene da essi – perché
restano per noi non soltanto dei maestri, ma dei maestri viventi, i
nostri veri mediatori tra il mondo terrestre e il Mondo celeste.
Allora non c’è nemmeno nulla di sorprendente in ciò che proviamo, nel
segreto delle nostre anime, l’emozione che esse ci comunicano col mistero
della loro vocazione.
In altre parole,
ciò che ci colpisce nel più intimo di noi stessi non sono soltanto le
opere che hanno lasciato al loro passaggio in questo mondo, e nemmeno la
loro vocazione di fedeli d’amore, ma piuttosto la loro « incarnazione »
del Mondo celeste, di quell’Oriente dell’anima, - da dove s’avanzano,
entrambi, davanti a noi.
Novalis
: La luce – la notte –
l’etere
Dall’opera del poeta
romantico tedesco Novalis, si possono estrarre tre termini– la luce – la
notte – l’etere – che spiegano esattamente la sua via esoterica e la sua
geosofia : la luce, o il mondo della luce, corrisponde all’Occidente, al
nostro mondo terrestre, la notte alla Terra celeste, al mondo dell’anima,
e l’etere, infine, al Mondo al di là dei mondi, al Mondo supraceleste.
Dai Discepoli di
Sais agli Inni alla Notte e a Enrico di Ofterdingen, che
sono le tre opere principali del poeta, morto all’età di 29 anni, è
agevole seguire le diverse tappe della sua iniziazione, della sua salvezza
che troverà nella notte, e del suo abbandono all’estremità orientale di
quello che chiamiamo il Mondo dell’anima.
C’è dapprima questo
mondo terrestre dove viviamo e dove moriamo che è il nostro «esilio» e che
è realmente un «occidente» in rapporto a un «oriente» che è, esso, la
nostra vera patria. È questo mondo che bisogna abbandonare, da cui si deve
esiliarsi, quando si riceve la Chiamata a mettersi in cammino verso
l’Oriente. Comincia allora un pellegrinaggio, una specie di ricerca
nostalgica di questo mondo «orientale» che in qualche modo ci è
familiare, perché ci abbiamo vissuto, perché veniamo da lì. Di
questo pellegrinaggio verso l’Oriente Novalis ci dice che fu, secondo la
sua esperienza personale dopo la morte della sua amatissima Sofia, all’età
di 15 anni : «Lontano e faticoso fu il mio pellegrinaggio alla Tomba
Santa, e pesante la Croce» (Inni alla Notte, IV). In ultimo, è
un’ascensione «verso l’alto», come dice Goethe, verso quell’Oriente
dell’anima che è l’orizzonte dell’anima giunta al termine del suo cammino
iniziatico al suo Oriente, l’Oriente dell’anima. È proprio quello che
esprime Novalis, da un lato quando scrive: «Lo so adesso, quando si farà
l’ultimo mattino – quando la Notte e l’Amore non saranno più velati dalla
luce», e, d’altro lato, quando annuncia, a proposito di Enrico di
Ofterdingen: «Bisogna vedere nel mio romanzo l’antipatia per la luce e
l’ombra, la nostalgia dell’Etere chiaro, caldo e penetrante» (18 giugno
1800). Questo «Etere» appartiene al Mondo supraceleste, all’Oriente del
Mondo dell’anima, esattamente come «il cielo della Notte e la sua luce,
l’Amatissima» fanno parte del mondo intermediario, il Mondo
dell’anima.
Ciò che sembra
rimarchevole nell’esperienza interiore di Novalis, è che il ritorno
dall’Oriente dell’adepto non viene vissuto come un «esilio occidentale»,
ma che il mondo terrestre dove è obbligato a ritornare ne viene
trasfigurato. In altre parole, l’adepto ha ormai le sue radici nel
Cielo, se così si può dire, e quando ritorna nel mondo terrestre compie
infine una discesa – che è esattamente equivalente all’ascensione
dell’iniziato in direzione della Terra celeste – perché anche le Anime
celesti sono discese dal mondo delle intelligenze per popolare il mondo
delle anime: «Un uomo che diventa spirito, è nello stesso tempo uno
spirito che diventa corpo. Questa specie superiore di morte, se posso
osare di esprimermi così, non ha niente a vedere né a che fare con la
morte ordinaria: sarà qualcosa che possiamo chiamare trasfigurazione»
(framm. 65 degli Studi di Friburgo). Per l’adepto, il mondo terrestre
diviene quindi un mondo trasfigurato dall’esperienza stessa della
sua ascensione verso l’Oriente della Terra celeste: «Colui al quale è
diventato chiaro, un giorno, che il mondo è il Regno di Dio, colui che è
stato penetrato una volta dalla pienezza infinita di quest’immensa
convinzione: costui se ne andrà consolato per gli oscuri cammini della
vita e ne guarderà le tempeste e i pericoli con una profonda serenità
divina» (16 aprile 1800).
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